La famiglia italiana che viaggia a tempo indeterminato in un minivan

famiglia italiana che viaggia

Si chiamano Katia e Alessandro, hanno poco più di 30 anni e già da 4 viaggiano con i loro due bimbi piccoli, di 5 e 8 anni, in giro per il mondo. Senza un lavoro fisso, senza uno stipendio assicurato e soprattutto senza piani predefiniti. Si tratta di una famiglia italiana che viaggia praticamente da sempre e che anzi, direi che ha fatto del viaggio la propria filosofia di vita.

Si fanno chiamare FAMWITHOUTPLAN e ho avuto il piacere di intervistarli in diretta su Instagram l’altra sera (se te la sei persa, clicca qui).

Sono rimasta davvero colpita dalla storia di questa particolarissima famiglia e, come me, anche tutte le persone che hanno seguito la live (siete stati più di 50! Grazie mille!). Penso sia un ottimo segnale: sempre più persone si sentono attratte dal cambiamento e da stili di vita alternativi che rompono gli schemi, dimostrando che sì, è possibile vivere diversamente.

Pronto/a per conoscere la loro storia? Partiamo subito!

L’Erasmus e le sirene del cambiamento

Katia mi racconta di essere sempre stata uno spirito libero, insofferente ai rigidi schemi societari sin da quando era ragazzina. All’età di 16 anni vola in America, dove studia e vive per un anno partecipando al progetto Erasmus. Qui ha la possibilità di fare nuove amicizie, nuove esperienze e di scoprire che attorno a lei tante persone scelgono di vivere diversamente rispetto a ciò che era abituata a vedere in Italia. «Di lì – racconta – non mi sono più fermata. Mi sono detta: è così che voglio vivere».

Così, tempo di conseguire il diploma e di preparare l’essenziale, Katia fa ritorno in America e decide di iniziare a vivere viaggiando. Tutto ciò che le occorre è uno zaino capiente, un paio di scarpe comode e un pizzico di incoscienza, come ammette lei stessa:

Mi spostavo sia a piedi sia facendo l’autostop. Qualche volta ho anche viaggiato a bordo dei carritos messicani. Non era il massimo dei comfort, ma mi dava la possibilità di risparmiare un bel po’ di soldi.

Quando chiedo a Katia che diavolo siano i carritos messicani, scoppiamo a ridere insieme. Mi spiega che si tratta di furgoncini caratteristici proprio del Messico e diventati famosi grazie al cinema degli anni ’60, che trasportano animali (in genere cavalli). L’immagine di lei che come in un film del far west ammira i tramonti messicani a bordo di un carritos, mi fa sognare. Sembra davvero una splendida avventura.

Il viaggio in Sud America segna l’inizio di una lunga serie di viaggi intorno al mondo che Katia conduce da sola e poi assieme al suo ex compagno.

L’arrivo del primo figlio e il viaggio in Australia

“Divertiti, ora che non hai figli. Perchè poi tutto cambierà e non potrai più permetterti di viaggiare”.

Sì, come no.

Ascoltando la storia di questa famiglia, mi sono resa conto che i limiti esistono solo se ce li poniamo noi. Tutto è possibile con organizzazione, dedizione e volontà. Ovviamente il mondo è bello perchè è vario: ciascuno di noi è diverso e deve sentirsi libero di scegliere come condurre la propria vita in base alle proprie preferenze.

Quando sono rimasta incinta del mio primo figlio, avevo 25 anni. Ho avuto paura, certo, ma mi sono chiesta: Katia, tu che cosa vuoi? Mi sono risposta che il viaggio era la mia vita e che non dovevo rinunciarci solo perchè stavo per diventare madre. Così ho scelto di continuare a viaggiare con mio figlio Leo. Insieme abbiamo visitato l’India, l’Indonesia, la Thailandia, il Giappone, le isole Fiji, le isole Vanuatu e infine, per un anno intero, l’Australia.

Quando le chiedo se è stato difficile crescere un figlio in maniera itinerante, scrolla le spalle e mi risponde così:

Difficile è una parola molto soggettiva. Per me sarebbe stato più difficile crescere Leo seguendo il modello dell’accudimento considerato “normale” in Italia e con cui mi sono scontrata parecchio. Ho semplicemente seguito ciò che io ritenevo giusto per lui, come fa qualsiasi mamma. Questo non significa assolutamente non mettersi mai in discussione o non porsi dei dubbi. Ma sono soddisfatta di quello che ho fatto. Leo è un bambino felice. C’è da dire, poi, che ero comunque abituata a quello stile di vita, per cui la sfida c’è stata, ma ero ben consapevole di ciò a cui andavo incontro.

L’arrivo del secondo figlio e l’incontro con Alessandro.

Mentre Katia parla, Alessandro accanto a lei continua a sorridere alla videocamera. Il suo è un sorriso buono, paziente. Ogni tanto si alza per controllare i bambini che intanto giocano vicini a loro, soffocando le risate per non disturbare noi adulti. Ma resta attento. Sembra che, come me, stia ascoltando la storia della sua compagna per la prima volta.

Katia mi racconta che per una serie di motivi è costretta a tornare in Italia per un po’. Torna a vivere con la sua mamma, che è ben lieta di accoglierla e di fare la nonna al piccolo Leo. Intanto arriva un altro bimbo: Romeo.

La relazione con il papà biologico dei suoi figli, però, è giunta al termine. Ma “le farfalle di ferro“, come la definirebbe Oriana Fallaci, non si arrendono mai e Katia non ha paura di crescere da sola i suoi due figli piccoli.

Ma è qui, in una trafficata e caotica Milano, che la vita la sorprende ancora:

In quei mesi un po’ grigi in cui nè io nè mio figlio eravamo abituati a quel mondo frenetico e così diverso, ho conosciuto Alessandro. L’incontro è avvenuto in piscina: l’unico posto dove cercavo di far sentire libero Leo, che è un grande amante del nuoto. Lui lavorava come bagnino ed è stato subito colpo di fulmine.

Alessandro è un ragazzo “normale”: nessun pazzo viaggio alle spalle, nessun desiderio di “mollo-tutto-e-parto”. Quando gli chiedo, però, che cosa ha pensato di Katia quando l’ha conosciuta, lui non ha esitazioni:

È una persona unica. Io dico sempre che i suoi occhi raccontano le cose con un’enfasi fantastica. E’ capace di rapirti e di portarti nel suo mondo senza che tu te ne renda conto, e ti fa venir voglia di restarci.

Alessandro è colpito dalle esperienze di vita di Katia, così alternative e intense, ma di fronte alla possibilità di seguirla, è anche abbastanza spaventato.

Quando le cose sono diventate serie tra di noi, abbiamo preso in considerazione la possibilità di mettere radici in Italia. Non era ciò che lei desiderava, ma mi disse che per me l’avrebbe fatto. È stata la più grande dimostrazione d’amore che potessi chiedere.

Il viaggio on the road a bordo di un minivan

Ovviamente Alessandro e Katia hanno scelto di scommettere tutto lasciando l’Italia e iniziando un nuovo, straordinario viaggio on the road insieme. Prima tra l’Europa e l’Africa settentrionale con una jeep e una tenda, poi a Fuerteventura, dove mi raccontano di avere una base di appoggio fissa.

Oggi Katia, Alessandro, Leo, Romeo e il loro cagnolone, vivono e viaggiano a bordo di un minivan del 1990 – esatto, appena due anni più vecchio del nostro!

«Ho scelto di sperimentare anche io questo stile di vita – continua Alessandro – e devo ammettere che mi piace. Non è tutto rose e fiori, come invece spesso traspare sui social, ma questa vita offre davvero tanti vantaggi interessanti. Finalmente anche io sto imparando cose nuove, anche se non potrò mai competere con Katia»!

Ridiamo tutti e tre. In effetti, non mi viene in mente nessuno che abbia vissuto la mole di esperienze di Katia, fatta eccezione per qualche supereroe della Marvel in grado di viaggiare nel tempo e nello spazio con lo schiocco delle dita. Ma questi, appunto, sono supereroi.

Quindi, mentre immagino Katia nei panni della dea Athena degli Eternals, la domanda mi viene spontanea: quindi ragazzi, quali sono i vostri piani futuri?

Al momento siamo in Turchia e ci piacerebbe raggiungere l’Asia. Ma non ci siamo prefissati dei piani veri e propri. Questa è la nostra vita: possiamo vivere dove vogliamo e per il periodo di tempo che riteniamo opportuno. Siamo liberi e affamati di vita. Ma soprattutto, siamo insieme. È questo che conta.

L’educazione parentale

famiglia italiana che viaggia

Viaggiando con due figli piccoli, la domanda viene spontanea: come coniugare questo stile di vita alternativo con la formazione scolastica dei bambini? E, soprattutto, quali sono i rischi a cui si va incontro per quanto riguarda la socializzazione primaria?

Mi rendo conto che questo argomento è moooolto delicato. Anche io, quando mi sono interfacciata per la prima volta con famiglie di questo tipo che hanno rifiutato il modello scolastico tradizionale, ricordo di essermi sentita smarrita. Questo perchè non ci sembra possibile insegnare a un bambino cose come leggere o scrivere o contare, senza l’aiuto di un insegnante qualificato.

Eppure non è così. Non è impossibile. Katia ci spiega che oltre al modello scolastico, esiste la così detta “educazione parentale”.

Si tratta di un modello educativo in cui a operare sono, appunto, i genitori del bambino:

Come è scritto sul sito ufficiale del MIUR, a noi genitori è concessa la possibilità di insegnare direttamente ai nostri figli, a patto che si rispettino alcuni requisiti. Ogni anno il bambino deve sostenere un esame che dimostri l’effettiva acquisizione di tutte le competenze che per la sua età dovrebbe aver acquisito. In caso contrario, dovrà “ripetere l’anno”, cioè non potrà accedere alla classe successiva.

Casi come quello di Katia sono estremamente rari e per molti sconosciuti in Italia. Per questo, forse, ci spaventano un po’. All’estero, invece, è tutta un’altra storia: parola di viaggiatrice!

Il lavoro artigianale nei mercatini itineranti

Nelle sue sette vite – o forse di più – Katia ha sperimentato diversi lavori in diversi settori:

Prima di avere Leo ho lavorato inizialmente nel mondo del turismo con diversi big del settore, Teorema, Francorosso e Veratur. Poi ho iniziato a lavorare nelle Spa, guadagnando molto di più ed è stata per me una svolta. Quando ho avuto Leo, invece, ho iniziato con i mercatini. Produco e vendo prodotti di cosmetica e di profumeria botanica, fatti sulla base dei principi della medicina Ayurvedica. 

Non solo. Katia mi confida che da un po’ di tempo ha dato sfogo a un’altra grande passione: la scrittura: «Quattro anni fa ho iniziato a scrivere non solo per passione, come articolista e Ghost writer» mi dice con un sorriso a 32 denti. Sembra davvero molto felice di ciò che fa!

Tutto è possibile se ci credi davvero.

Riascoltando l’intervista live e rileggendo, adesso, questo articolo, non posso che pensare di essere stata molto fortunata. Insomma: a chi capita di intervistare una famiglia unica come questa?

Ma soprattutto, realizzo che le cose belle accadono, se ci crediamo davvero. Katia e la sua famiglia ne sono la dimostrazione più pura: non esistono limiti che non possono essere superati.

E realizzo anche un’altra cosa: nulla accade per caso. Gli incontri, la condivisione di idee e di storie…Tutto questo ci arricchisce sempre. Allarga i nostri orizzonti e riempie i nostri cuori.

Che dire allora? Che un giorno anche noi non decidessimo di mettere su famiglia continuando a viaggiare? Chissà….

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1 commento su “La famiglia italiana che viaggia a tempo indeterminato in un minivan”

  1. Bellissimo articolo…complimenti a te Rossella e complimenti a questa famiglia per il coraggio e lo spirito di vivere senza piani prefissati.

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